Missing Jugo – Intervista alla drammaturga e curatrice di mostre Barka Pacevic

centardeskrimacija

Centro per la Decontaminazione culturale, Belgrado

Il Centro per la Decontaminazione culturale, fondato da Barka Pavicevic nel 1995 a Belgrado, combina un teatro impegnato e sperimentale con un centro, che era un tempo una piattaforma rotante della resistenza civile contro il sistema di Milosevic. Per lei la cultura è una potenza decisiva per costruire una nuova civiltà che deve avere le sue radici nella tradizione attuale europea e jugoslava.

Intervista a Barka Pavicevic.

Il centro per la Decontaminazione culturale fu fondato al tempo dell’assedio di Sarajevo. I media serbi erano pieni di notizie sulla “guerra di liberazione” in Bosnia-Erzegovina… tutta questa propaganda sanguinosa, abominevole… Tutti stavano dietro alla guerra: l’Accademia serba degli studiosi e degli artisti, personaggi pubblici, uomini decorosi, l’esercito… Volevamo dimostrare alle persone che erano state contaminate spiritualmente. Contaminazione culturale significava in questo contesto: disintossicazione, antinazismo, pacificazione. Dovevamo sminare il terreno davanti a noi. Il nome “Decontaminazione” era stato pensato naturalmente come provocazione. Cosa volevamo esprimere era: nella nostra società la cultura normale è stata avvelenata. Perché se la cultura si pietrifica, allora muore. Se come fatti si riportano menzogne e miti, si finisce con la paramitologia.

Tutto il conflitto inizio’ con manipolazioni linguistiche, come per esempio: “Abbiamo liberato Vukuvar”. Si parlava anche di “liberazione” dei villaggi serbi in Bosnia-Erzegovina e Croazia. O anche che noi eravamo in guerra contro “il terrorismo albanese”; altre volte si trattava di “una guerra di religione”. Lo stupro della lingua porto’ alla prostituzione dei pensieri: il significato vero delle parole fu portato via in un sol colpo. […]

Distruzione di eroi e simboli

La nostra prima mostra d’apertura fu “La vita a Sarajevo”. Portammo a Belgrado tutto quello che ci era stato possibile portar via da Sarajevo – persone, vestiti, cibo, poster ecc. Fu impressionante, la mostra era prevista solo per una settimana e invece duro’ un mese. I visitatori venivano e dicevano: “Guarda, qui c’è il suo nome, è vivo!” Parlavano dei loro amici, alcuni ci chiedevano dove questo ragazzo o questa ragazza si trovassero. Oh, Dio mio. A Belgrado non c’era praticamente nessuno che non avesse qualche conoscente a Sarajevo poiché molti avevano studiato in questa città. […] Quando inizio’ l’assedio della città cosa si poteva vedere? Bandiere partigiane, emblemi dei minatori jugoslavi, le foto di Tito ecc. Tutti questi simboli ricordavano la resistenza civile nella seconda guerra mondiale. I centomila, che parteciparono alla manifestazione per la pace prima dello scoppio della guerra, urlavano: “Ascoltate gente! prima eravamo insieme!” Ogni villaggio, ogni città della Bosnia-Erzegovina si ricordava del momento della resistenza durante la seconda guerra mondiale. Il ricordo del periodo dei partigiani non fu capito ideologicamente, ma il popolo era effettivamente solo uno, perché musulmani, serbi e croati solo insieme avrebbero potuto sopravvivere. Le città di Kozara, Kupres, Prijedor – luoghi dove ci sono stati i crimini di guerra più’ feroci – erano state prima della guerra esempi di coabitazione tra gruppi etnici diversi. Vivevano insieme, perché non potevano fare altro, e Tito fu abbastanza astuto per riconoscerlo. […]

Dobbiamo trovare una nuova lingua. Al posto dell’odierno “multietnico” e “multiculturale” devono entrare nuovi simboli di comunicazione. Non può essere la lingua della Jugoslavia e neanche una qualsiasi “Lingua multiculturale”. Per molti anni ho vissuto in una cultura jugoslava, ho vissuto per molto tempo a Spalato, Dubrovnik, Sarajevo e Skopje; ero drammaturga a Lubiana… Per me la Jugoslavia non era una terra multiculturale – rappresentava invece la nostra e la mia cultura jugoslava. La parola “multietnico” io cerco di evitarla.

Tradizone artistica e culturale europea

Il nostro compito più importante è di creare una nuova identità. L’identità non si può creare attraverso l’ignoranza, il principio è l’essere, che attraverso l’educazione e i media è divulgato. In futuro dobbiamo mostrare sempre di più tendenze pro-europee nella storia culturale delle regioni dei Balcani. La tradizione artistica e culturale europea moderna viene tra l’altro rappresentata proprio attraverso il Centro di Decontaminazione Culturale. Per questo rappresentiamo pezzi teatrali  di autori moderni nel nostro centro, non nel teatro nazionale, che riproduce invece un teatro conservativo e nazionalista.[…]

Di spirito sono rimasta come molti altri una jugoslava. Mio padre veniva dal Montenegro, mia madre da Spalato. Io sono nata come jugoslava – e cosi’ lo rimarrò. Per anni ci si definiva chiaramente jugoslavi; fino a qualche anno c’erano almeno 4 milioni di jugoslavi. Sono diventati ora all’improvviso tutti dei missing jugo? […]

Abbiamo bisogno di una vera propria creazione culturale. Se gli uomini possono essere avvelenati con la cultura, con questa possono essere anche curati. Saranno un giorno l’arte e la cultura una forma di catarsi?

Traduzione dal tedesco di “Missing Jugo” in “Dieses Schicksal unterschreibe ich nicht” di René Holenstein, 2007, pag. 132-136

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