Lettera del 1920 – Ivo Andric

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Sembra impossibile che una laureata in lingue e letterature straniere possa non essere una grande appassionata di letteratura. Eppure può succedere, come a me, che per studiare le lingue si debba passare anche per la letteratura che, pur bella e interessante, magari non entusiasma quanto uno zaino in spalla e via all’estero a viaggiare scoprendo profumi, luoghi, persone e parlare con la gente del posto.

Eppure, al contrario, ci sono pezzi di letteratura che ti rimangono impressi nel cuore dalla prima volta che li leggi, senza bisogno di doverci fare un esame all’università per conoscerli a memoria.

Correva l’anno 1997, o giù di li’, e quasi per caso trovai un libriccino minuscolo a sole 1000 LIRE dal titolo “Racconti di Sarajevo” dello scrittore bosniaco-jugoslavo Ivo Andric. (Se vogliamo riderci un po’ su e sfatare il mito degli scrittori intoccabili diciamo subito che i nostri cari amici ex jugoslavi lo chiamano ridendo “Gljivo Andric”, cioè “il fungo Andric” 🙂 )

I racconti di questo libriccino minuscolo sono 7: Lettera del 1920, Il tappeto, Le fascine, La festa, I sellai, Una giornata di luglio e Parole verso sera. Il racconto che mi tocco’ e mi tocca ancora a distanza di quasi 20 anni rileggendolo è, manco a dirlo, “Lettera dal 1920” (per me che ho studiato il BKS, lasciatemelo dire anche in questa lingua: “Pismo iz 1920”)

racconti

La storia è molto semplice. Due amici, entrambi provenienti da Sarajevo, si ritrovano alla stazione di Slavonski Brod diretti entrambi a Belgrado. Due amici ma due destini diversi. Il primo, Max, nato e cresciuto a Sarajevo da padre austriaco e madre triestina figlia di una baronessa italiana e di un ufficiale di marina austriaco di discendenza francese, durante la prima guerra mondiale aveva fatto il medico su tutti i fronti austriaci, portando soccorso ai reggimenti bosniaci. Dopo la morte del padre e il trasferimento della madre a Trieste, aveva passato solo qualche mese a Sarajevo prima di decidere anche lui di andarsene e lasciare per sempre la Bosnia.

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Stazione di Slavonski Brod 1920

Parlando infatti del suo paese natio, Max, completamente cambiato dall’esperienza di medico di guerra al fronte, non usa mezzi termini: “Per molto ho creduto che, come mio padre, avrei passato la vita curando i bambini a Sarajevo e che come lui avrei lasciato le mie ossa al cimitero di Kosevo. Ma quel che ho vissuto nei reggimenti bosniaci durante la guerra ha finito per far vacillare la mia decisione. Quando poi mi hanno congedato e ho trascorso tre mesi a Sarajevo quest’estate, ho capito chiaramente che li’ non avrei potuto vivere e restare. E anche il solo pensiero di risiedere a Vienna, Trieste o qualche altra città austriaca mi provoca la nausea, nausea fino al vomito. Per questo ho cominciato a considerare l’America Latina”.

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Soldati austriaci al fronte con l’Italia sul Piave, 1918

Il protagonista chiede velocemente a Max da cosa sta fuggendo e lui risponde “dall’odio”. Ma non ha tempo di spiegare di più, prende la valigia e sparisce tra la folla. Venti giorni dopo, il nostro protagonista riceve una lettera al suo indirizzo di Belgrado, scritta in tedesco, nella quale Max si scusa per la conversazione frammentaria e penosa a Slavonski Brod e prova meglio a spiegare, per iscritto, perché vuole lasciare per sempre Sarajevo e la Bosnia.

Parte da un semplice dato di fatto spiegando che la Bosnia è si’ un paese dalle enormi ricchezze e che sicuramente i bosniaci hanno, rispetto agli altri popoli jugoslavi, dei valori morali più alti. Ma paragonando questi valori morali alle montagne di Bosnia, rivela che allo stesso tempo insieme a questi grandi valori morali quali tenerezza, passione, profondità di sentimenti, fede e giustizia, nelle profondità dense degli strati geologici di queste grandi montagne di buoni sentimenti si celano invece sottoterra gli uragani dell’odio, che in ogni momento potrebbero esplodere.

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Sarajevo

E poi ecco il passo che entusiasma tutti (e forse più gli atei dei credenti 🙂 ), forse proprio perché già dall’inizio del racconto si sa che Max è si’ ateo, ma non può comunque esimersi da descrivere la multi-religiosità onnipresente  nella città di Sarajevo:

“Chi passa la notte sveglio a Sarajevo, può udire le voci della sua oscurità. Pesantemente e inesorabilmente batte l’ora sulla cattedrale cattolica: due dopo la mezzanotte. Passa piu’ di un minuto (esattamente, ho contato, settantacinque secondi) e solo allora si annuncia, con un suono più debole, ma acuto l’orologio della chiesa ortodossa che batte anch’esso le sue ore. Poco dopo si avverte con un suono rauco e lontano la Torre dell’orologio della Moschea del Bey, che batte le undici, undici ore degli spiriti turchi, in base ad uno strano calcolo di mondi lontani e stranieri. Gli ebrei non hanno un loro orologio che batte le ore, il dio malvagio è l’unico a sapere che ore sono in quel momento da loro, quante in base al calcolo sefardita, quante secondo il calcolo degli askenazi. Cosi’ anche di notte, mentre tutto dorme, nel conto delle ore vuote del tempo  veglia la differenza che divide questa gente assopita che da desta gioisce e soffre, che si nutre o digiuna in base a quattro diversi calendari, ostili tra loro, e che rivolge tutte le sue preghiere allo stesso cielo in quattro lingue diverse. E questa differenza, talvolta visibilmente e apertamente, talvolta in maniera sotterranea e subdola, è sempre simile all’odio, col quale spesso si identifica”

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Proprio perché quest’odio è subdolo e presente, Max sente di non avere la forza di portarlo alla luce del sole e di contribuire al suo annientamento, anche questo sarebbe stato il suo dovere di cittadino, visto che era nato a Sarajevo. Ma dopo averci riflettuto a lungo capisce di non avere né la forza né le capacità sufficienti e decide di partire per svolgere la sua attività di dottore in un posto dove vivere e lavorare in pace.

Ma non fu cosi’.  Durante gli anni della creazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (1918), il colpo di stato del re Alessandro (1929), la costituzione del Regno di Jugoslavia (1931) ed infine l’assassinio dello stesso re Alessandro a Marsiglia (1934), Max aveva vissuto negli anni ’30 Max a Parigi lavorando in un grande studio medico dove visitava gratis operai e studenti. I suoi ex amici e colleghi jugoslavi lo chiamavano “il nostro dottore” in segno di rispetto per colui che aveva lasciato la loro terra per andare a curare, quasi gratuitamente, i malati in Francia. Quando scoppio’ la guerra civile spagnola nel 1936, Max lascio’ Parigi  per arruolarsi nell’esercito repubblicano. Era il 1939 quando in una piccola città dell’Aragona l’ospedale di Max fu attaccato in pieno giorno e lui rimase ucciso insieme a tutti i feriti che stava curando.

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Bombardamenti a Zaragoza,  Aragona, 1936-39

“Cosi’ fini’ la vita dell’uomo che era fuggito all’odio”, conclude Ivo Andric il racconto.

Un pezzo di letteratura può essere interpretato in vari modi, a mio parere. Non sempre bisogna cercare la critica letteraria che qualcuno ha già fatto, stigmatizzata come l’unico modo di leggere un’opera. Ognuno in base alla sua sensibilità troverà una chiave di lettura al racconto. Certo, chi conosce anche per sentito dire questo racconto pensa subito ed quasi esclusivamente all’odio bosniaco, causa di tutti i mali e spiegazione unica anche dell’ultima guerra degli anni ’90. Leggendo invece con attenzione il pezzo mi sembra, a mio avviso, che la chiave di lettura possa essere un’altra, molto più vicina al fatto che l’odio, come l’amore, sono sentimenti universali e onnipresenti in tutti gli uomini e in ogni cultura. Anche in quella spagnola.

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Una risposta a “Lettera del 1920 – Ivo Andric

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