Maschere per un massacro di Paolo Rumiz

pazisnajper

ATTENZIONE! CECCHINO

Non si può scrivere un post su Ivo Andric senza farsi prendere da un’inesorabile voglia di scrivere ancora qualcosa sulla Bosnia. La “Lettera del 1920”, della quale ho parlato qualche giorno fa, mi ha fatto immediatamente pensare allo scrittore triestino Paolo Rumiz  e al suo “Maschere per un massacro”, uscito nel lontano 1996, solo un anno dopo gli accordi di Dayton che avevano sancito, almeno sulla carta, la fine delle (prime) guerre jugoslave degli anni ’90.

Entrambi gli scrittori, parlando di Bosnia e di guerre, toccano il tema dell’odio ed entrambi, a distanza di molti anni si trovano d’accordo sul fatto che non si può stigmatizzare o banalizzare la Bosnia parlando di un odio che covava da secoli e che sarebbe stato pronto a scoppiare in ogni momento. Chiaramente mentre Ivo Andric esprime questa idea in letteratura, Rumiz ne da un taglio più storico e giornalistico, ma ugualmente preciso e a tratti commovente.

Rumiz non spiega infatti la guerra degli anni ’90 parlando facilmente e banalmente dell’odio insito nelle varie etnie jugoslave bensì, prendendo come esempio la Bosnia, presenta questo piccolo paese europeo come uno specchio scomodo nel quale l’Europa si rifiuta di specchiarsi perché mostra il prodotto, in piccolo, della nostra litigiosità, il punto di collasso di una forte crisi internazionale europea.

Rumiz cerca costantemente e meticolosamente di far vedere quello che nessuno aveva il tempo o la voglia di capire in quegli anni. Perché per l’Italia la guerra era vicina e faceva paura. Ma c’era comunque il Mare Adriatico che rendeva ancora più lontana quella terra quasi sconosciuta.

Secondo Rumiz il vero problema della guerra bosniaca non sono state le varie etnie che da un giorno all’altro hanno smesso di convivere pacificamente o l’odio che era esploso covato da decenni e tenuto a freno da Tito, ma lo scontro tra gli aggressori in alto, gente di montagna  prevalentemente di etnia serba sparsa nei boschi armati di cannoni, e gli assediati con una forte cultura cittadina in basso che erano famosi in una città come Sarajevao per un elevatissimo numero di matrimoni misti.

Parlando proprio dell’assedio della città di Sarajevo, ecco che mi salva un post-it messo alla pagina 117 più di 15 anni fa 🙂  che mi fa ritrovare facilmente uno dei passi più belli di tutto il libro dove, invece di parlare di morte, che a Sarajevo c’è stata e tanta in quegli anni, descrive invece la voglia di vivere della gente comune, la dignità che hanno sempre cercato di ostentare nonostante l’assedio inumano sulla loro città:

“Nella moviola della mia mente, Sarajevo è un signore in giacca e cravatta che esce perfettamente sbarbato da un rudere che è casa sua, è il vecchio Mujo Kulenovic che aggiusta il tetto della bottega, è un musulmano che in centro quasi si inchina davanti ad un parroco cattolico. Sarajevo è una pentola che non ha mai toccato carne di maiale e che nelle case ortodosse  e cattoliche è sempre pronta per gli ospiti di religione islamica; è Kanita Focak che a trecento metri dalle linee serbe  apre una scuola di buone maniere; è una fila di bambini  disciplinati  che vanno, in mezzo alla guerra, ad imparare il bon ton”

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Il fatto di continuare la routine non era solo un modo per non perdere la dignità, cosi’ importante in periodi di massacri, follie e violenze gratuite ma anche un’ostentazione dei ritmi di sempre, una guerra psicologica contro l’avversario. Questa dignità prettamente urbana e prettamente sarajevese non è stata mai veramente documentata durante l’assedio di Sarajevo dalle grandi televisioni internazionali.

misssarajevo1993

Miss Sarajevo 1993: DON’T LET THEM KILL US

Impossibile parlare di guerre nella ex Jugoslavia senza parlare di “Balcani”, tanto che Rumiz gli dedica un capitolo dal titolo “Dove sono i Balcani”. Rumiz ci ricorda come molti triestini pensano che il limes ultimo prima del caos balcanico si trovi proprio a Trieste e si sentono più italiani degli stessi italiani. A Lubiana, capitale della Slovenia, senti esattamente gli stessi discorsi dei triestini ma questa volta sui croati… E a Zagabria? Stessi discorsi ma questa volta sui bosniaci dove il limes stavolta segna anche il confine tra il cattolicesimo e l’Islam (come se tutti i bosniaci fossero musulmani). I croati si sentono non capiti in questo loro ruolo di baluardo contro il nemico, turco, musulmano, sempre stato alle porte di casa perché rifiutato come qualcosa di estraneo alla propria cultura cattolica e “occidentale”. E dunque ci spostiamo ancora verso Belgrado e li’ si’ che nessuno si sente nei Balcani, del resto sono stati il primo popolo nel 1804 a ribellarsi ai turchi. L’Est comincia allora ancora più’ ad est? Sembra ancora una volta di no perché la Turchia tutto è tranne che oriente: è nella Nato, si è occidentalizzata con Atatürk, ha abolito il velo per le donne… E allora, dove sono questi benedetti Balcani?

E’ forse proprio nel momento stesso in cui ti senti diverso dai Balcani e li liquidi come qualcosa di estraneo all’Europa, che essi sono già entrati in te.

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