I bambini bosniaci accolti in Spagna negli anni ’90

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La ricercatrice e scrittrice spagnola Tania Labato San Miguel ha pubblicato nel 2013 un libro dal titolo “Los ninos de Bosnia. ¿Qué fue de los refugiados que vinieron a nuestro pais?” (mai tradotto in Italia “I bambini della Bosnia. Che ne è stato dei rifugiati che vennero nel nostro paese?” che offre uno spaccato abbastanza interessante di quello che fu un lungo periodo di accoglienza dei rifugiati bosniaci in Spagna, durante ma soprattutto dopo il conflitto quando le famiglie spagnole ospitavano i ragazzi per offrire loro un anno di studi all’estero oppure un breve soggiorno estivo in Spagna.

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La cattolicissima Caravaca della Cruz, Murcia (tra Valencia e Malaga)

E’ curioso tra l’altro che nella cattolicissima località di Murcia, Caravaca de la Cruz, esiste al giorno d’oggi una piazza intitolata alla città della Bosnia settentrionale, Tuzla, che – tra le altre cose – è composta da una maggioranza musulmana!

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Tuzla, nord-est della Bosnia ed Erzegovina

Visto che il libro non è stato mai pubblicato in Italia mi sono permessa di tradurre dallo spagnolo un’intervista alla scrittrice apparsa sul El Huffington Post il 14 dicembre 2013.

Verso il 1992, quando inizio’ la guerra in Bosnia, io avevo otto anni e mia madre comincio’ a collaborare come volontaria per la croce Rossa aiutando i rifugiati. Ricordo che a volte arrivava a casa di notte e ci raccontava della sua giornata con loro. Quello che lei faceva, io ancora non l’ho capito; nello stesso modo non riuscivo ancora a capire qual era quel paese lontano (pero’ europeo) chiamato Bosnia-Erzegovina e cosa stava succedendo esattamente là. Quello che si’ mi ricordo è che da tutte le parti si diceva che c’era una guerra e che le guerre erano brutte perchè la gente soffriva molto… e per questo mia madre li aiutava.

Un bel giorno arrivo’ a casa e mi chiese di fare una selezione tra i miei giochi per portarseli a qualcuno di quei bambini che non avevano niente. Le sue parole dovettero essere molto convincenti perché subito ci mettemmo all’opera e tirammo fuori qualche barbie, pinzpones, ponz e playmobil che mia madre mise nella borsa e si porto’ via. Dopo solo qualche giorno torno’ con una scatola di trucco, di forma di conchiglia marina, che qualcuno le aveva regalato.

Il compito che le avevano assegnato a mia madre nella Croce Rossa era di prendere i dati personali a quelli arrivati da poco per poterli identificare e piu’ tardi sistemarli in diversi alloggi provvisori a Madrid. Domandava i loro nomi e cognomi, origine, membri della famiglia e oggetti personali che avevano portato con loro. La maggioranza arrivava senza assolutamente nulla di piu’ di quello che portavano sotto il braccio. Uno di quei rifugiati era una madre con varie bambine, la cui unica proprietà di lusso era una una scatola di trucchi in forma di conchiglia marina. Fu a questa madre con la quale questa altra madre aveva deciso di condividere le bambole della sua bambina. E fu per questo che lei, in un ringraziamento silenzioso, le dette l’unico oggetto di valore che possedeva.

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Rifugiati bosniaci in Galizia – Spagna 1992

Quel gesto reciproco riusci’ a colpire la piccola di otto anni che ero io, e anche capi’ quello che fino ad allora non avevo capito: che le guerre sono cosi’ devastatrici che solo un piccolo gesto di generosità verso chi sta soffrendo puo’ essere un mondo. Capi’, inoltre, che cosa tremenda doveva essere rimanere senza niente.

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A sinistra Vlado e Julijana nel 1984 a Sarajevo e ora

E’ per quello che, anni dopo, già adulta, mi chiesi che cosa ne era stato di quelle madri e padri, zii e nonni e, soprattutto, di quei rifugiati che una volta arrivarono al nostro paese cercando una nuova vita. Per questo mi documentai, cercai qui e là, contattai e viaggiai per conoscere in situ i suoi protagonisti. Ebbi anche la fortuna di incontrarmi con gente stupenda che mi aiuto’ ad andare avanti seguendo una pista e trasformando le cifre confuse in nomi e visi.

Al giorno d’oggi quelli adulti sono piu’ adulti e i bambini sono già cresciuti – ora sono sulla trentina -. Alcuni sono tornati, altri sono rimasti, pero’ tutti si sono rifatti una vita. Dieci di loro sono quelli che vengono fuori da questo libro. Non sono tutti, pero’ questo è solo un piccolo campione di quello che fu raccontato in primo luogo dalle persone che lo vissero: MISO, DAVOR, JULIJANA, JASMIN, MAJA, VLADO, ALMIR, DAMIR e le due AMELE sono già storia viva.

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