La femminista kosovara Flora Brovina

Quale giorno migliore dell’8 marzo per parlare della dottoressa, poetessa, politica e femminista kosovara Flora Brovina, nata a Pristina nel 1949, che è stata una delle donne piu’ coraggiose del Kosovo.

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E’ stata fondatrice della lega delle donne albanesi, di uno dei centri di riabilitazione per le donne e i bambini sfollati e organizzatrice delle grandi manifestazioni di protesta e per la pace in Kosovo. Come femminista si è inoltre sempre battuta anche per i diritti di tutte le donne dei Balcani e per la riorganizzazione pacifica della ex Jogoslavia. Nell’aprile del 1999 fu arrestata, messa in prigione in Serbia ed infine condannata a 12 anni di reclusione per “terrorismo” e altri assurdi ipotetici crimini. Dopo la caduta del presidente Milosevic fu rilasciata il primo novembre del 2000 quando ritorno’ subito a Pristina (Kosovo).

Le donne del Kosovo sono cresciute negli anni bui del regime di Milosevic. Quando nel 1991 scoppio’ la guerra in Croazia, fecero subito sentire la loro voce con manifestazioni di protesta richiedendo la diserzione delle reclute serbe nell’armata popolare jugoslava (JNA). Molte di queste donne si organizzarono tra il 1988 e 1989 in organizzazioni popolari democratiche e in partiti che pero’ rimasero sempre marginali alla grande scena politica.

Nel febbraio del 1998 le unità speciali serbe lanciarono un’offensiva contro l’esercito di liberazione nazionale (UCK) colpendo dei villaggi nella regione di Drenica e massacrando famiglie intere. Piu’ di 250’000 persone furono gli sfollati, alcuni si nascosero per mesi nei boschi. Nel marzo del 1998 Flora Brovina fu una delle organizzatrici di un’enorme manifestazione pacifista di donne richiedendo una risoluzione pacifica del conflitto, non una guerra.

Kosovo 1998

1998

Mentre i cittadini delle città di Pristina e altre città iniziavano a scappare verso la campagna, Flora Brovina e altre donne organizzarono per gli sfollati un progetto di accoglienza presso varie famiglie. Fu proprio in quel momento che constato’ con i suoi occhi quanto queste famiglie fossero disposte ad accogliere i profughi di loro spontanea volontà, e come la loro nazionalità non avesse per questi nessuna importanza. Tutte queste azioni vennero regolarmente sostenute da organizzazioni internazionali come la Croce Rossa, Medici senza frontiere e Oxfam.

Dopo aver fondato un centro di riabilitazione per le vedove e gli orfani di guerra, le maschere nere (paramilitari serbi) cercarono di chiuderlo. Non solo il gruppo di albanesi, ma anche un gruppo di vicini e vicine serbi si oppose, tanto che il tentativo delle forze paramilitari serbe falli’ miseramente.

Flora Brovina ha sempre espresso tutta la sua riconoscenza ad un altro gruppo di donne serbe, le Donne in nero di Belgrado, che durante quegli anni difficili sotennero sempre e comunque tutte le attività delle donne del Kosovo tanto da partecipare in Italia ad una conferenza dove Flora B. e le altre non avevano potuto partecipare, sostenendo a loro nome  il movimento delle donne del Kosovo! Inoltre proprio negli anni di prigionia di Flora B. furono proprio le Donne in nero di Belgrado a pubblicare un appello   dal titolo “Siamo tutte Flora Brovina” per richiedere la sua liberazione insieme ad altre organizzazioni pacifiste, non violente e femministe della Serbia come Otpor, il Centro per l’azione delle donne e altri.

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I valori di Flora B. sono in poche parole l’umanità, la solidarietà e la non-violenza tanto che una delle sue frasi piu’ famose è stata: “Io faro’ di tutto per la conciliazione dei serbi e degli albanesi”. Flora B. si batte inoltre per migliorare la situazione delle donne in Kosovo che non è facile perchè il primo grande problema da risolvere, che non permette l’indipendenza economica e sociale della donna, è l’altissima disoccupazione (60%). Un altro tabu’, che solo attualmente se ne sta parlando un po’ di piu’, ma mai abbastanza, è la violenza tra le mura domestiche.  Flora B. non perde pero’ mai la speranza e si augura che le donne del Kosovo possano imparare a lottare “con gli strumenti della democrazia e della tolleranza per costruire insieme una comprensione reciproca”.

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Traduzione dal tedesco di “Fur Versöhnung tue ich alles” in “Dieses Schicksal unterschreibe ich nicht. Gespräche im Balkan” di  René Holenstein.

 

 

 

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