Cécile, Maï, Betty e Viva: 4 resistenti nella Francia occupata

 Cécile voleva lasciare un mondo migliore a sua figlia. Maï pubblicava di nascosto dei trattati contro l’occupante. Betty trasportava dei pacchetti per la resistenza. Viva stampava giornali clandestini. Sono solo quattro delle 230 donne che in un mattino glaciale nel 1943 furono arrestate e portate alla stazione ferroviaria di Compiègne (stazione nord di Parigi al giorno d’oggi). La loro destinazione: Auschwitz-Birkenau.

Nonostante il loro arresto, la loro tortura, il loro viaggio nel treno della morte, la loro vita nel campo di concentramento fino alla loro liberazione (solo di alcune), queste e altre giovanissime “ordinarie” donne francesi hanno saputo sempre attingere la loro forza dall’amicizia, solidarietà e aiuto reciproco per combattere il nazismo e, come dicevano alcune, per lasciare un mondo migliore ai loro figli. Caroline Moorehead nel suo “Un treno in inverno” [“Un train en hiver” in francese, 2011] racconta la storia di queste resistenti per la libertà e la loro deportazione.

Giovani, belle, allegre, sorridenti, nel pieno degli anni, convinte nei loro ideali di solidarietà e giustizia, oggi parliamo proprio delle donne che da subito scelsero di schierarsi, mettendo in pericolo la loro vita e ponendosi il dilemma tra la sopravvivenza quotidiana e i doveri da essere umano a scala piu’ grande, obblighi morali verso la propria coscienza e nei confronti del momento storico nel quale stavano vivendo e che avrebbero lasciato i loro figli. A questo dilemma moltissime risposero SI nel dare ai loro figli un modello di donna, moglie e madre che sarebbe restato nei loro cuori e nei loro ricordi per sempre, anche se questo avrebbe potuto significare morire cosi’ giovani.

In questo periodo che ricorda il dopoguerra in tutta Europa, 77 anni dopo, ricordiamo solo alcuni dei tanti nomi che non hanno fatto la Grande Storia ma sono rimaste un modello per le loro famiglie e per chi, con loro, ripercorre i loro valori e i loro ideali universali che non appartengono a nessuna razza e nessuna bandiera, se non a quella umana. Un modo anche un po’ alternativo e meno banale, lasciatemelo dire, per festeggiare la festa della mamma il 14 maggio.

Nell’ottobre del 1940 il PCF (Partito comunista francese) contava piu’ di 1000 membri attivi nella regione di Parigi. Molti di questi erano donne, che facevano degli eccellenti lavori di collegamento all’interno del gruppo. Erano anche molto brave nella stampa e nella distribuzione del materiale clandestino, nascondendo armi o stampe clandestine nei cestini della bicicletta sotto chili d’uva o in fondo alle valigie viaggiando in treno. Oppure come quelle due donne che stampavano un giornale clandestino nei seminterrati di un’abbazia o una certa Sig.ra Cumin, di 84 anni, che nascondeva una macchina tipografica nella sua lavanderia. A novembre un’ondata di arresti fece scendere il numero a 300, poi in poco tempo risali’ a 1000. Energiche, determinate e pronte al sacrificio, le comuniste condividevano il sentimento di solidarietà e di cameradismo.

Cécile Charua era una bella donna determinata e robusta che era cresciuta nella “Cintura rossa di Parigi”, ovvero quell’insieme di città che circondavano Parigi di orientamento comunista già dagli anni ’20. In maniera piu’ ampia significa tutte le zone con una forte concentrazione operaia e di sinistra. Nel 1935 dopo essersi sposata con un sindacalista divenne membro del partito comunista (PCF).

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Cécile Charua

Ai suoi occhi non si poteva vivere in Francia senza essere comunisti ed era convinta che se non si combatteva l’ingiustizia e la xenofobia allora non c’era nessuna ragione di vivere. Avendo sofferto la fame da piccola, cosa l’attiriva di questo partito era che lottava per dare a tutti del pane. A guerra iniziata Cécile decise di mettere la sua unica figlia presso una famiglia in affidamento fuori Parigi per potersi prendere un appartamento a Parigi e lavorare per il PCF. “Come puoi fare un lavoro del genere avendo un figlio?” le chiese sua madre “E’ proprio per questo che lo faccio. Non voglio vederla crescere in un mondo cosi'” Dopo la deportazione a Auschwitz, Cécile è potuta tornare a casa, si è risposata e ha avuto altri due figli.

Nello stesso periodo Madeleine Passot, che tutti chiamavano Betty, pecorreva tutta la Francia per far aderire nuovi membri alla resistenza. Intrepida, slanciata ed elegante, con unghie rosse sempre fatte e vestiti su misura, a 26 anni Betty era la figlia unica di una famiglia parigina socialista e impegnata. Da quando era bambina Betty aveva mostrato un tale interesse spropositato per la politica che il padre l’aveva chiamava “la piccola comunista”.

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Betty, “unghie rosse”

Come era stato anche per Cécile, era stata anche la sorte dei repubblicani spagnoli che aveva attirato Betty verso il PCF. Aveva lasciato il suo lavoro a Parigi per andare a sud come volontaria per delle missioni delle Resistenza appena fu dichiarata la guerra. Con tanti uomini in prigione divenne rapidamente una messaggera cruciale tra Parigi e il sud. Per il suo look era perfetta per fare la “donna d’ombra”. Spesso si sedeva in treno proprio accanto ai nazisti, pensando che mai avrebbero sospettato di lei mentre nascondeva i soldi nel fondo della valigia, nonostante questi viaggi fossero per lei terrificanti visto che fu piu’ volte fermata e perquisita. Già nel corso del 1940 Betty percorreva chilometri e chilometri con i suoi tacchi a spillo, le armi nascoste nei cesti d’uva, supplicando i contadini di farle superare le linee di demarcazione. Anche lei dopo la deportazione è potuta tornare in Francia, si è risposata, ha avuto un figlio ed ha deciso di trasferirsi in Marocco. Ha passato pero’ gli ultimi anni della sua vita a Parigi dove è morta nel 2008.

Maï Politzer, detta “la donna Vincennes” aveva 25 anni ed era la figlia di un cuoco molto conosciuto che era stato chef alla corte di Spagna. Educata in un convento a Biarritz, aveva studiato per diventare ostetrica. Dopo aver conosciuto il marito, il filosofo francese Politzer di origini ungheresi durante un viaggio in treno, si sposo’ con lui ed ebbe un figlio che al tempo della guerra aveva 7 anni. Maï era bionda, giovane e molto bella.

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Mai Politzer

Insieme al marito pensarono alla crezione di un giornale dal titolo L’Université libre, lo scopo del quale sarebbe stato mettere insieme una resistenza intellettuale, a prescindere dalle credenze politiche. Il messaggio de l’Université libre era molto semplice e chiaro: le parole sono azioni, e le azioni motivano; bisognava solo dire NO all’occupante.

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L’Université libre, 24 maggio 1943

Anche Maï fu deportata nel campo di concentramento di Auschwitz e benchè fu messa a lavorare con i dottori del campo, anche se era solo ostetrica, mori’ di tifo nel 1943.

Vittoria Nenni, detta in Francia Viva, che aveva 25 anni, era figlia del socialista Pietro Nenni, ed era giunta a Parigi insieme al padre quando la polizia segreta di Mussolini aveva iniziato a dargli la caccia, obbligandolo a rifugiarsi all’estero. Era una ragazza bella, dai capelli ondulati spessi e neri, da tipica donna italiana. Si occupava di stampa clandestina. Quando fu deportata nel 1943 avrebbe potuto salvarsi  rivendicando la nazionalità italiana, ma rifiutò, dichiarando di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne di prigionia manifestando uno dei piu’ alti sentimenti di amicizia e solidarietà dove la nazionalità non è data dal paese dove nasci ma dagli ideali in cui credi. Dopo essere stata assegnata al lavoro nelle paludi, morì di tifo nell’estate 1943. Sulla teca che ad Auschwitz la ricorda sono scritte le sue ultime parole: “Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla”

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Vittoria Nenni, detta “Viva” (con l’accento francese sulla A)

Potrei continuare a lungo citando nome e cognome di ogni singola resistente francese al tempo della seconda guerra mondiale. Le caratteristiche comuni di queste donne erano i grandi ideali di fratellanza e solidarietà, spesso nati in famiglia, un estremo coraggio, la consapevolezza di rischiare la loro giovane vita quotidianamente, l’angoscia di dover forse non veder crescere i propri figli, la forza nel resistere alle torture fisiche e psicologiche, alle umiliazioni, al freddo, fame, sete e annichilimento morale nei campi di concentramento.

Molte delle donne che riuscirono a sopravvivere ai campi di concentramento non riuscirono a riprendere una vita normale perchè i traumi fisici e psicologici si fecero sentire ancora per anni tanto da sentirsi “morte per sempre” ad Auschwitz anche se erano riuscite a tornare a casa.

Se ne è valsa la pena di fare tutto cio’ e se forse sarebbe stato meglio “rimanere a casa” ad occuparsi dei bambini e forse avere rapporti con nazisti e fascisti per sopravvivere in tempo di guerra (si veda la “collaborazione orizzontale” della quale molte donne nel dopoguerra furono accusate) sta a ognuno di noi dare una risposta.

Chiaramente penso che immaginate quale sia la mia. Resto comunque sempre molto ammirata, quasi senza parole e a tratti inebetita, dalla quantità di coraggio morale che ci è voluto per fare questa grande scelta di vita, dettata sempre da un ideale talmente alto e puro, ma proprio per questo poco tangibile, e sapendo già dall’inizio quale sarebbe potuta essere la loro fine (con poche probabilità sopravvivere, se andava bene l’arresto e la deportazione, se andava male la tortura e la morte).

Molte di loro non erano nemmeno credenti, non avevano neppure fiducia e speranza in una vita futura dopo la morte. Vivevano continuamente in un “qui e ora” molto poco filosofico ma che necessitava grandi ideali di giustizia e fratellanza, sangue freddo ed estrema concentrazione nel compito che avevano deciso di assolvere per il mondo intero.

Veramente, il mondo avrebbe davvero bisogno di donne come loro. E allora coraggio: ognuna a nostro modo, ragazze, donne, madri di tutto il mondo unitevi! Perchè anche se sembra a volte di non riuscire a cambiare la Storia, nonostante le belle canzoni, possiamo invece sicuramente cambiare intanto la nostra mente e la nostra coscienza. Non costa nulla e puo’ salvarci la vita per sempre.

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4 risposte a “Cécile, Maï, Betty e Viva: 4 resistenti nella Francia occupata

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